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Le origini di questa famiglia arpinate è remotissima, i Mastro - Janni sono già presenti, infatti, negli unici catasti onciari manoscritti della città rimasti intatti e risalenti al 1400. Essa rappresenta un episodio straordinario nella lunga lista dei personaggi celebri nati in Arpino, o che comunque da essa hanno tratto origine per l’elevato numero dei suoi membri che, nelle arti visive, hanno raggiunto straordinari livelli di perizia riscuotendo notevolissimi successi. Primo fra tutti l’architetto Germano (nato ad Arpino), allievo del famoso Vanvitelli, che operò sostanzialmente a Napoli verso la fine del 1700. Più di una volta, parlando con Umberto Mastroianni (nato a Fontana Liri), nella sua casa - studio di Marino, abbiamo convenuto che occorreva non soltanto evidenziare questa “particolarità genetica”, ma che sarebbe stato opportuno dar luogo a ricerche e studi adeguati ad una più esatta ricostruzione delle vite e delle opere di personalità artistiche interessantissime quali quella dello “ zio “ Domenico (nato ad Arpino) o quella del “cugino” Alberto (nato a Montrouge, Parigi). Per i più noti “nipoti”: Marcello (nato a Fontana Liri), Ruggero (nato a Torino), e le loro figlie Barbara, Chiara e Federica, infatti, tutto sarebbe stato più facile per la loro attualità e notorietà. Infine, i Mastroianni ceramisti: Felice, Marco, Vincenzo ed Emilio (tutti nati ad Arpino) rappresentano un altro ramo di questa famiglia (i legami con gli altri Mastroianni non sono certi), ma sicuramente costituiscono un tassello importante per la storia della città, trattandosi di artigiani di grande talento capaci di realizzare pezzi di rara bellezza, tra i quali primeggiano le figure del presepe ciociaro. Abbiamo così avviato una ricostruzione che dovrà portare alla realizzazione del Museo dei Mastroianni, non appena sarà disponibile la prestigiosa sede del Castello di Ladislao in Arpino e definitivamente ultimate le ricerche storiche su tutti i membri della famiglia, ricerche non sempre agevoli, in particolare per le attività di Germano e per il decennio parigino di Domenico. Su questo progetto raccogliemmo anche l’approvazione e l’adesione di Marcello Mastroianni quando, girando in Arpino il film Splendor con Massimo Troisi per la regia di Ettore Scola, ci recammo in visita in numerose cittadine della Ciociaria. È una grande occasione non soltanto per la città di Arpino, ma per l’intera provincia. Si vuole, così, dar vita ad una struttura multimediale internazionale attraverso la quale poter realizzare attività culturali di grande qualità e spessore nell’ambito di tutte le arti visive. Una struttura dotata di mezzi e risorse capaci di incidere anche sulla realtà sociale ed economica del nostro territorio. Un lavoro lungo e non privo di difficoltà che, però, perseguiamo ostinatamente, sostenuti dal grande incoraggiamento che uno dei massimi artisti italiani del XX secolo seppe darci e dall’aiuto dei familiari e degli amici dei Mastroianni, che ci consentono il recupero e la catalogazione di opere e storie significative per la ricostruzione di tante vite. Ricostruzione non priva di sorprese fin dalle prime battute perché, scoprire i lavori di Domenico ed i disegni fantastici di Alberto, non è stato meno emozionante che incontrare gli occhi di Barbara (nata a Roma) i lavori di Chiara (nata a Parigi) e conoscere le attività di Federica (nata a Roma), che dei Mastroianni rappresentano l’oggi ed..il domani.
Eredi di un’avventura che desideriamo ardentemente non abbia mai fine.


Massimo Struffi

 

 

GERMANO MASTROIANNI

Esistono pochissime notizie riguardo a Germano Mastroianni. Nel Dizionario dei Cittadini Notevoli di Terra di Lavoro…1915 (Scheda 160, pg.86, Biblioteca Nazionale, Roma), Achille Lauri scrive che “Mastroianni Germano di Arpino (1730 - ’80), discepolo del Vanvitelli (1700 - 1773), fu valente architetto e fece il disegno per il Palazzo dell’Angri e per la Chiesa dell’Annunziata a Napoli.”
Il Palazzo Doria D’Angri, fu costruito nel 1755 per volere di Marcantonio Doria, principe d’Angri, che ne affidò il progetto all’architetto Luigi Vanvitelli, che non potè portarlo a termine. Il lavoro, a quanto pare, venne realizzato da Carlo Vanvitelli su disegno del padre.
La Chiesa dell’Annunziata o Ave Gratia Plena, eretta nel XIV secolo in epoca angioina, fu semidistrutta da un incendio nel 1757. Il complesso fu ricostruito successivamente su progetto del Vanvitelli.
Probabilmente Germano lavorò con il Vanvitelli come suo “discepolo” o assistente.

 

DOMENICO MASTROIANNI

Domenico Mastroianni nacque ad Arpino il 1 gennaio 1876 da Pietro Mastroianni e da Angela Redivivo, in via dell’Arco n°35. Nel 1903 sposa a Roma Adele Durante e da lei ha due figli entrambi nati in Francia ove si trasferisce in quello stesso anno: Alberto, nato a Montrouge nel 1904 e Adriana nata a Parigi nel 1906.
Domenico ebbe un’istruzione sommaria e comunque lontanissima da qualunque approccio con l’arte, se non con la lavorazione del legno nella bottega del padre. I primi contatti con la creta e, quindi, con il modellato li ebbe lavorando da garzone nelle botteghe dei ceramisti e nei laboratori delle terrecotte di Arpino, attivi fin dall’inizio dell’800. Poi finalmente l’incontro con una delle più illustri famiglie dell’alta borghesia industriale della città: i Quadrini, collezionisti ed estimatori dell’Arte. Don Carlo Quadrini lo portò con sé a Roma presso il suo palazzo in via del Babbuino dove, sempre da autodidatta, Domenico iniziò a sbalordire gli amanti della scultura con la sua incredibile capacità di modellare qualunque tipo di materia: dal marmo al legno, dalla creta alla plastilina, dalla cera al gesso. Giovanissimo, poi, si lanciò all’avventura diventando un vero e proprio bohèmien, pur rimanendo Parigi la città della sua vera formazione (per sua dichiarazione è vissuto a Parigi per ben dodici anni!). Sempre in questa città egli venne a contatto con gli artisti più rappresentativi della fin de siècle, dagli impressionisti Degas, Renoir, Pissarro e Manet, agli affascinanti ed incisivi incontri con i primi rappresentanti dell’Art Nouveau. In Italia, invece, fu piuttosto considerato al limite del Kitch e spesso snobbato per le sue deboli scelte culturali. La sua versatilità ed il suo genio istintivo, la sua maestria basata soltanto sulla sua straordinaria vena artistica lo portarono a dar vita ad una rara ed originalissima forma di produzione scultorea: l’illustrazione delle vite dei personaggi storici, letterari e religiosi più famosi. La particolarità di questo suo lavoro consisteva, infatti, nel modellare con rapidità e bravura stupefacenti su tavole formato 50 x 70 scene significative della vita del soggetto trattato es: Il vecchio testamento o La vita di Napoleone, oppure La vita di Gesù o La vita di San Giovanni Bosco; La vita di Santa Caterina da Siena per giungere ai Promessi Sposi etc. I bassorilievi così realizzati venivano poi fotografati e distrutti per approntare le scene successive. Questa sua attività lo fece definire da moltissimi critici uno scultografo! Egli vendeva le immagini riprodotte su cartoline in tirature numerose, raccolte in simpatici cofanetti. In quell’epoca la fotografia aveva trovato la strada giusta per affermarsi come nuovo e moderno linguaggio grazie alle tante battaglie iniziate da Daguer-re e dal popolarissimo Nadar.

 

 

 

 

 

 

 

 

Domenico Mastroianni dimostrò di aver perfettamente compreso le potenzialità incredibili di quel nuovo mezzo espressivo e ne fece uso sapiente, non solo dal punto di vista tecnico, ma anche artistico, co-me dimostra lo stupefacente uso delle luci che perfezionò mirabilmente onde esaltare le profondità ed i personaggi dei suoi bassorilievi. Produsse pertanto migliaia di Fotosculture o come venivano chiamate in Francia: Sculptogravures, e proprio grazie ad esse possiamo oggi ave-re una documentazione esauriente del la sua incredibile fertilità produttiva e della sua meravigliosa arte plastica. Tornò ad Arpino ed aprì uno studio proprio nel Castello Ladislao nel 1913. Qui, per il nostro artista, iniziò un periodo alquanto travagliato e per la situazione economica italiana e per lo scoppio della prima guerra mondiale. Bisognerà a-
spettare l’immediato dopoguerra per vedere realizzate le opere che ancora oggi ammiriamo: il Monumento ai Caduti di Arpino, di cui esiste anche un secondo bozzetto, la stupenda Vittoria di Carnello ed il Monumento ai Caduti di Casalvieri, opera che poi venne fusa per…dare bronzo alla patria! Il trasferimento a Roma fu inevitabile per un artista che, evidentemente, non trovava riscontro in provincia. Egli vi si trasferì con tutta la famiglia intorno agli anni venti ed aprì un frequentatissimo studio in via Margutta al n. 51, la strada degli artisti. Lo Studio divenne poi l’atelier del figlio Alberto e ancora oggi, sulla porta d’ingresso, si conserva l’insegna: Alberto Mastroianni. Lavorò anche per il Palazzo del Quirinale, guadagnando la nomina a Cavaliere della Corona da Re Vittorio Emanuele III. A Roma continuò a lavorare alacremente con le sue fotosculture e realizzò moltissime opere per chiese e Palazzi nobiliari. In Italia la maggior parte delle sue fotosculture furono pubblicate a Milano dall’Editore A. Traldi. Queste cartoline ebbero un formato piccolo fino al 1931, mentre dopo questa data si avvicinarono al formato standard. Domenico tenne numerosissime mostre in tutta Italia: a Genova presso la “Valetta Venchi” nel 1950, alla “Marguttina” di Roma nello stesso anno, a Palermo nel 1952 e a Viterbo, a Palazzo Santoro, nel 1960. La sua ultima produzione fu rivolta alla realizzazione di magnifici cavalli, ai personaggi manzoniani dei Promessi Sposi e, inaspettatamente, alla pittura. Domenico fu maestro di Umberto Mastroianni, suo nipote, lo scultore di fama internazionale. Morì a Roma nel 1962. Conservò sempre il suo carattere bonario, lavorò fino all’ultimo giorno, e fu legato alla sua terra ed alla sua gente, cui dedicò opere e fatiche.

 

ALBERTO MASTROIANNI

Alberto Mastroianni, figlio di Domenico e Adele Durante, è nato l’11 novembre 1903 a Parigi (Montrouge) dove visse per venticinque anni. Nel 1927 sposò Berta De Gasperis. Ebbe come primo maestro il padre Domenico, pittore e scultore, e frequentò l’Accademia di Belle Arti. Trascorreva intere giornate fra il “Jardin des Plantes” e il “Jardin d’Acclimatation” a riempire album con schizzi di animali che poi rielaborava nella quiete del suo studio in rue des Martyrs.
Alberto disegnava e dipingeva animali perché in esse trovava con la proporzione delle forme e le solide strutture il modello migliore di equilibrio e armonia che sono di stimolo allo studio dei rapporti fra linea e contenuto. Ma anche - come ha scritto Giorgio De Chirico nella presentazione al catalogo della mostra I Quiproquo, 24 dipinti di Alberto Mastroianni, tenutasi alla Galleria San Marco di Roma nel marzo del 1955 - “coltivando e curando la forma, dà vita a quelle sue immagini ove poesia, ironia, piacevole stranezza (poiché esiste anche la stranezza spiacevole tipo Dalì) si danno la mano e cantano insieme”.
Da questo assiduo e continuo studio dal vero, è stato facile con il suo “humour” disegnare e dipingere con vena satirica il vasto e vario mondo degli animali, cogliendo in ognuno di essi i lati più reconditi della loro natura.
Particolarmente affascinanti sono i fumetti Dinostory, che raccontano satiricamente la storia dei dinosauri, e Paolina Gallina Borghese, interpretazione umoristica del diario di Paolina Borghese di Alatri, la trascrizione del quale fu curata da Luciano Guidobaldi.
Il leone, il re degli animali, è un gattone stanco e avvilito che non riesce a combinare il pranzo con la cena; il cavallo da circo tirato a lucido con briglie, finimenti di gala e impennacchiato, è scontentissimo del mestiere che fa; il maialino rosa, sorridente, assumerebbe un’altra espressione se sapesse cosa sono i fagioli con le cotiche; la tigre, preoccupata dell’incerto domani, sogna tranquillità e benessere dietro le sbarre di una confortevole gabbia dello zoo; la vecchia gallina, che snobba le pollastrelle indaffarate a deporre uova, dichiara altezzosamente che lei per trentacinque lire non si rovinava la salute; il rinoceronte, enorme e sgangherato, che si guarda il colossale corno, ricorda quando piccolino, chiese alla mamma cosa gli stava spuntando sul naso e la mamma gli rispose che era un pedicello. Alberto Mastroianni, che visse a Roma per molti anni e aveva il suo studio in via Margutta, era anche giornalista. Collaborò al Travaso diretto da Guglielmo Guasta, dal 1945 al 1952 disegnando Queste Bestie. L’editrice La Tribuna e l’editore Danesi hanno pubblicato due volumi dei suoi animali. Ha illustrato libri di favole per Mondadori e l’editore Capriotti ed ha tenuto varie mostre personali. Dal 1950 al 1959 Alberto curò due volumi annuali sulle attività della Azienda Comunale Acqua di Roma (ACEA).


 

 

 

Dal 1964 al 1966 ha disegnato le sue bestie per la Settimana Incom e dal 1966 fu collaboratore de L’Europeo con la rubrica Lo Zoo di Mastroianni nella quale ogni settimana apparivano i suoi inconfondibili animali che parlano, ragionano e ci guardano con occhi rassegnati come subissero l’ingiustizia di portare tutti i guai e le amarezze, grandi e piccole, degli esseri umani.
Ogni epoca ha il suo Esopo: Fedro, la Fontane, Andersen, Trilussa. Il nostro tempo ha avuto il favoloso Alberto Mastroianni. Intendiamoci bene: favoloso oggi significa meraviglioso, trascendentale, eccezionale, ma con la “favola” tali aggettivazioni non hanno niente in comune. Mastroianni è favoloso in quanto è un narratore di stupende favole che ricevono consensi e plausi pressoché totali. E in questo senso Mastroianni diventa anche “favoloso” nell’accezione corrente. Ma noi preferiamo dire che nel suo genere, avendo ai versi sostituito il disegno, è quanto mai attuale. Ed anche in questo campo è inarrivabile per l’originalità e la semplicità di valore universale dei suoi animali e di ciò che rappresentano.
Alberto Mastroianni è morto a Roma il 4 ottobre 1974.

 

MARCELLO MASTROIANNI

Marcello Vincenzo Domenico Mastroianni, figlio di Ottone e Ida Irolle, è nato a Fontana Liri (FR) il 28 settembre 1924. Come Umberto, Ottone era figlio di Vincenzo Mastroianni, ma nacque dal primo matrimonio del padre con Concetta Conte. Umberto, invece, nacque dal secondo matrimonio di Vincenzo con Luigia Maria Vincenza Conte, sorella di Concetta, diventando con questo strano rapporto di parentela più di un semplice zio per Marcello e suo fratello Ruggero.
Sin da piccolo Marcello ebbe la possibilità di fare comparse in film come La corona di ferro (1941) di Blasetti, e I bambini ci guardano (1943), di De Sica. Fino all’età di nove anni vive a Torino con la famiglia per poi trasferirsi a Roma. Qui viene avviato agli studi di perito edile e nel 1943 consegue il diploma. Dopo un breve impiego nel comune di Roma viene inviato dall’esercito, in pieno periodo bellico, all’Istituto Geografico Militare di Firenze quale disegnatore. L’incalzare degli alleati lungo la linea gotica determina il ritiro delle truppe tedesche verso il nord e, conseguentemente, il trasferimento dell’Istituto Geografico Militare a Dobbiaco. Da lì sarebbe stato successivamente internato in Germania e avrebbe messo in atto con il suo amico, il pittore Remo Brindisi, la fuga verso Venezia, dove rimase clandestino fino all’arrivo degli alleati. Finalmente riesce a tornare a Roma, dove si fa sempre più forte il desiderio di lavorare per il cinema.
Conosciuta Giulietta Masina al Centro Universitario Teatrale, recita con lei in Angelica e nel contempo ottiene un impiego come contabile presso la casa di produzione cinematografica Eagle e Lion Films. Introdotto ormai nell’ambiente non tarda ad essere notato per il suo talento e finalmente Emilio Amendola, amministratore della compagnia di Luchino Visconti, lo ingaggia per la sua riuscitissima serie di spettacoli andati in scena tra il 1948 ed il 1956: Oreste, Troilo e Cressida, Morte di un commesso viaggiatore, Un tram che si chiama desiderio, La Locandiera, Le tre sorelle e Zio Vania. Nel frattempo collezionò una serie di apparizioni sullo schermo. Il film che rivelò alla critica e al pubblico il suo talento fu Le ragazze di Piazza di Spagna (1952), di Luciano Emmer, che lo aveva già diretto in Domenica d’agosto (1950). Mastroianni si rivelò particolarmente adatto alla delicata introspezione di un cinema che stava a metà strada tra il neorealismo e la commedia all’italiana. Questa sua predisposizione venne confermata in Giorni d’amore di De Dantis, dove egli potè rivivere le sue origini ciociare in una chiave di lieve comicità. Blasetti e Lizzani gli affidarono anche ruoli drammatici, ma egli sembrava più incline alla commedia. La sua immagine di ingenua onestà si legava bene, infatti, alla malizia femminile della giovane Sophia Loren. I due fecero coppia in diversi film, ma i risultati migliori li ottennero in Peccato che sia una canaglia (1954), e La fortuna di essere donna (1955), entrambi diretti da Blasetti. Parallelamente, Mastroianni proseguì in teatro la collaborazione con Visconti, che nel 1957 gli offrì anche il ruolo principale in uno dei suoi migliori film, Le notti bianche, tratto da Dostoevskij. Subito dopo tornò alla commedia all’italiana con I soliti ignoti, uno dei capolavori del genere. Fotogenico come pochi, Mastroianni è attore dal talento non comune. Oltre a possedere innegabili doti interpretative, ha il merito di non legarsi ad alcun stereotipo ( a differenza di tanti altri attori della sua generazione). I primi segni della maturità rinvigorirono il fascino della sua immagine e La dolce vita (1960) lo consacrò come l’antieroe del nuovo decennio poichè il suo sguardo di sfinge incarnava il turbamento intellettuale di un’epoca di crisi. In Otto e mezzo, Federico Fellini se ne servì per un celeberrimo autoritratto. Ma anche Bolognini (Il bell’Antonio, 1960), Antonioni (La notte, 1961) e Zurlini (Cronaca familiare, 1962), gli affidarono ruoli difficili e complessi. Mastroianni non rinnegava però la sua vis comica e toccava tutte le corde dell’umorismo, da quello più gentile e garbato (Fantasmi a Roma, 1961), a quello più corposo (Divorzio all’italiana, 1962). Il suo sodalizio con la Loren, ormai star consacrata dall’Oscar, si rinnovava più volte e con ottimi risultati, soprattutto in Ieri, oggi e domani (1963), I girasoli (1960) e Una giornata particolare (1977). Anche negli anni ’70, egli fu l’interprete più amato dagli autori del cinema italiano. Marco Ferreri ed Ettore Scola lo vollero protagonista in molti dei loro film: da Permette? Rocco Papaleo (1971), a La grande abbuffata (La grande buffe, 1973), da Ciao maschio (1978), a La terrazza (1980). Le caratterizzazioni di Mastroianni erano sempre sapide e rispettose delle indicazioni degli autori. Pur senza mai prevaricare i suoi ruoli, Mastroianni si affermò come una delle maggiori personalità che il cinema italiano abbia prodotto nel dopoguerra. Anche quando è maschera di se stesso, come nella nostalgia felliniana di La città delle donne (1980) e di Ginger e Fred (1985), egli sa costruire con pazienza e modestia il suo personaggio, cominciando ogni volta da zero. Forse è per questo che anche i registi delle nuove generazioni continuano a servirsi di lui: Marco Bellocchio, ad esempio, gli ha affidato un difficile ruolo pirandelliano nell’Enrico IV (1984). Naturalezza, ironia e senso della misura sono le inossidabili armi di Marcello Mastroianni.
Nel 1988 Arpino viene scelta per girare il film Splendor di Ettore Scola ove, affianco a Marcello Mastroianni (proprio a lui si deve la scelta di Arpino, che amava perchè città natale della sua famiglia), figurano artisti di fama internazionale e di indiscutibile bravura come Massimo Troisi, Marina Vlady, Paolo Panelli, Pamela Villoresi e Giacomo Piperno. Attraverso questo film, che rimane un momento di sincera ispirazione nel cinema di Ettore Scola, il regista racconta la passione cinefila di una generazione vissuta in attesa che il buio in sala regalasse le immagini di tanti indimenticabili capolavori.
Già conscio del destino cui il terribile male lentamente lo stava condannando, ha voluto chiudere la sua lunga e meritoria carriera a contatto diretto con il suo pubblico recitando in teatro, dove aveva raccolto i suoi primi successi. Sul set del suo ultimo spettacolo teatrale, Le Ultime Lune, scritto da Furio Bordon con la regia di Giulio Bosetti, Mastroianni recita una battuta profetica: “…I miei compagni dicono che preferirebbero morire in estate, con il sole che entra dalla finestra spalancata e li scalda per l’ultima volta. Io no…Io vorrei morire a Natale…con il grande albero illuminato in mezzo alla piazza…mentre la neve cade lenta su tutta Paperopoli…e io guardo volteggiare nell’aria in compagnia di Qui e Quo, i miei due fratellini…e mi sento a casa, al caldo e al sicuro…con le zampe infilate nei miei scarponcini gialli e il copriorecchie a batuffolo che mi stringe delicatamente le tempie come la carezza di un figlio bambino…”
Marcello Mastroianni è morto all’alba del 19 dicembre 1996, a Parigi.

 

RUGGERO MASTROIANNI

Ruggero Mastroianni, figlio di Ottone e Ida Irolle, fratello di Marcello, è nato il 7 novembre 1929 a Torino, dove la sua famiglia si era trasferita da Fontana Liri. Il padre, infatti, lavorava come chimico nella polveriera di questa città ma fu licenziato perché non era iscritto al Partito Fascista; a Torino intraprende il mestiere di falegname, unendosi agli altri membri della famiglia già qui.
Tornato a Roma all’età di due anni, Ruggero segue le scuole tecniche come il fratello Marcello e in seguito inizia a lavorare al Poligrafico. Dopo esser stato di nuovo a Torino per prestare servizio militare, ritorna a Roma per trovare il fratello già avviato nel campo del cinema. Marcello lo introduce in questo ambiente e per un breve periodo Ruggero lavora come Segretario di Produzione, ma poco dopo comincia a fare l’Assistente di Montaggio, impegno che porterà avanti per lunghi anni anche se mal pagato. I suoi maestri però furono eccellenti: Mario Serandrei e Roberto Cinquini, due fra i più noti nomi del montaggio in Italia per film diretti tra gli altri da Luchino Visconti, Mario Monicelli e Pietro Germi.
Il suo primo film del 1959 fu Vento del Sud di Provenzale, prodotto da Cristaldi. Comincia poi la sua determinante collaborazione con Elio Petri, di cui ha montato in seguito tutti i film.
Da questo momento in poi tutti i più grandi registi del nuovo cinema italiano cercano il suo nome, da Wertmuller a Loy, da Visconti a Rosi. Nel 1965 inizia la sua collaborazione con Federico Fellini, per il quale lavora al montaggio di Giulietta degli Spiriti, una collaborazione che durerà a lungo e proseguirà con Roma, Amarcord, Satyricon, Il Casanova, Prova d’orchestra, La città delle donne fino ai più recenti E la nave va e Ginger e Fred. Fellini amava la sua capacità di alleggerire la pellicola, riuscendo a selezionare le scene essenziali, capaci di impressionare la memoria, anche a costo di tagliare pezzi di filmato cari ai registi. Per Luchino Visconti, a partire dal 1967, monta Lo Straniero, La caduta degli dei, Morte a Venezia, Ludwig, Gruppo di famiglia in un interno, L’innocente. I registi che gli diventano più affezionati, oltre a Visconti e Fellini, sono Mario Monicelli (i film del quale Ruggero monterà praticamente tutti, dalla metà degli anni sessanta fino ad oggi), Luigi Magni, Marco Ferreri, Liliana Cavani, Nanni Loy, Sergio Corbucci, Roberto Faenza e molti altri ancora.
Ruggero ha dato anche un’eccellente prova di sé come attore nel film Scipione l’Africano, dove insieme al fratello Marcello interpreta la parte di uno dei due fratelli. La sua bravura però, nel campo del montaggio cinematografico, ha fatto sì che si dedicasse poi esclusivamente a questa attività.
Durante la sua carriera Ruggero Mastroianni ha vinto numerosi premi tra cui il Premio Vittorio De Sica in occasione degli Incontri del cinema italiano a Sorrento nel 1979, un Nastro d’Argento dal Sindacato Nazionale Critici Cinematografici Italiani nel 1983, un Ciak d’oro nel 1985 e cinque David di Donatello. L’ultimo di questi gli è stato assegnato con il film La Tregua di Rosi per il miglior montaggio.
Ruggero Mastroianni è morto nel sonno a Torvajanica, il 9 settembre 1996.

 

BARBARA MASTROIANNI

Figlia di Marcello Mastroianni e Flora Carabella, Barbara Mastroianni è nata a Roma il 2 dicembre 1951.
Si è diplomata al Liceo Classico e dagli anni Settanta ha cominciato ad interessarsi al design e alla realizzazione di costumi teatrali e cinematografici, entrando nell’ambiente dello spettacolo.
Le prime esperienze le ha fatte con Mauro Bolognini, collaborando con Gabriella Pescucci nei film Per le antiche scale e L’eredità Ferramonti; poi con Giuseppe Patroni Griffi in una commedia di Viviani - realizzata per il Festival di Spoleto; come aiuto-costumista ha collaborato con la RAI per le Mani Sporche di Sartre e con lo Stabile di Genova per The American clock di Arthur Miller.
Conosce la costumista Vera Marzot, che la chiama a collaborare in dua spettacoli di Luca Ronconi: un’opera di Ibsen per la RAI di Torino e L’uccellino azzurro per il teatro Romolo Valli di Reggio Emilia.
Attraverso lei ha modo di conoscere e in seguito di iniziare a collaborare con la sartoria di Umberto Tirelli - la più famosa sartoria teatrale italiana - con la quale lavorerà alternativamente ad altri impegni.
La Marzot segue, per Tirelli, un laboratorio di giovani - fra i quali c’è anche Barbara - che cura i lavori sui costumi (decorazione degli abiti: pittura, spruzzo, tintura etc.) che la sartoria esegue a mano per le opere teatrali e liriche.
Successivamente collabora, come assistente - costumista, in alcuni film e opere televisive del regista Elio Petri: è un’esperienza molto importante per la sua maturazione e il legame di amicizia e di stima che li lega le dà la forza di creare e continuare il suo lavoro.
Nel 1983 Maurizio Millenotti la chiama, come aiuto-costumista, nel film di Federico Fellini E la nave va; con Gabriella Pescucci collabora nuovamente ne Il mondo nuovo di Ettore Scola. Contemporaneamente continua il lavoro con la Sartoria Tirelli: è la possibilità per Barbara di vivere un’esperienza di grande interesse per lo sviluppo del suo lavoro artigianale e artistico.
Intanto matura in lei l’interesse e la curiosità di scoprire nuove tecniche e nuovi motivi.
Dopo un periodo di riflessione scopre il legno e il valore intrinseco e storico che questo materiale e gli oggetti che se ne possono ricavare hanno avuto nella vita dell’uomo.
Oggi - attraverso la tradizione di famiglia e la sua bravura tecnica - realizza dei mobili che, oltre ad essere oggetti funzionali, sono anche opere d’arte.
Le ultime mostre personali sono state alla Galleria dei Greci a Roma nel 1990, ed a Parigi nel 1995.

 


CHIARA MASTROIANNI

Attualmente Chiara Mastroianni, figlia di Marcello Mastroianni e Catherine Deneuve, nata a Parigi il 28 maggio 1972, vive a Parigi con suo figlio Milo.
Anche la sua vita, come quelle dei genitori, è dedicata al cinema. Seguendo gl’insegnamenti del padre, Chiara s’è occupata fin ora di un cinema impegnato ed ha dato prova di un grande talento.
La sua carriera inizia da giovanissima con il film A noi due di Claude Lelouch.
L’anno dopo è in La città delle donne di Federico Fellini insieme al padre e Marisa Berenson. Ancora nel 1986 compare con il padre nel film Oci ciornie di Nikita Mikhalkov.
Negli anni novanta la sua carriera prosegue brillantemente con numerosi film tra i quali nel 1994 Prêt-à-porter di Robert Altman con Marcello Mastroianni, Kim Basinger, Sophia Loren, Rupert Everett, Anouk Aimée, Julia Roberts, Lauren Bacall, Michel Blanc e Jean Rochefort; nel 1995 Tre vite e una sola morte di Raul Ruiz; nel 1998, sempre per la regia di Raul Ruiz, Il tempo ritrovato con Catherine Deneuve, Marcello Mazzarella, Vincent Perez, Mathilde Seigner, Marie-France Pisier, John Malkovich, Pascal Greggory, Christian Vadim ed Emmanuelle Béart; fino a Le parole di mio padre di Francesca Comencini nel 2001.

 

 

FEDERICA MASTROIANNI

Federica Mastroianni, figlia di Ruggero e Iride (Lola) Marzi, nata a Roma il 14 aprile 1969, seguendo la tradizione di famiglia, ha iniziato giovanissima a lavorare nel campo cinematografico, introdotta dal padre e dallo zio Marcello.
Il suo debutto nel 1983 con State buoni se potete di Luigi Magni, con Johnny Dorelli, Philippe Leroy ed Angelo Branduardi fu un grande successo, e Federica vinse il premio David di Donatello come Migliore Attrice Esordiente.
Nel 1985 lavora con Dario Argento in Phenomena, con Jennifer Connely, Daria Nicolodi, Dalila Di Lazzaro e Donald Pleasence.
Nel 1987 è in Il grande blek di Giuseppe Piccioni, con Roberto di Francesco, Sergio Rubini e Francesca Neri.
Tre anni dopo lavora con Alessandro Ninchi in Ombre d’amore con Gerardo Amato e Claudio Gora.
Nel 1993 è in Stelle di Cartone di Francesco Anzalone con Massimiliano Franciosa, Angelo Sorino e Daniele Formica.
Numerose sono state anche le piccole partecipazioni in altri film (Il cielo è sempre più blu) e in sceneggiati televisivi.
La sua passione per l’architettura però, forse ereditata dallo zio Marcello o da Germano Mastroianni, suo lontano antenato “discepolo” del Vanvitelli, ha spinto Federica a proseguire gli studi in questa direzione, con una particolare attenzione all’arredamento d’interni.